di Ludovica Piccari
Non so bene quando sia iniziata davvero. Forse la scintilla era già dentro di me, nascosta.
Che amavo gli animali, specialmente il cane, per me era ovvio fin da bambina: mi intrufolavo nei giardini del vicinato per stare con i cani che (purtroppo) vivevano fuori, nel giardino, da soli.
Fregavo le caramelle da mia zia per poi fare il giro del paese e darne una a ciascun cane nei box… avevo sette, forse otto anni. Non sapevo facessero male. Ma sapevo che volevano dire “ti ho pensato”.
Posso dirti con certezza, però, che tutto è cambiato il giorno in cui ho incrociato lo sguardo di Biro.
Aveva sei anni. Sei anni vissuti alla catena.
Eppure, quando l’ho guardato, non ho visto un cane spezzato.
Ho visto una forza che resisteva. Una dignità. Una luce.
È diventato “il mio cane”.
Pensavo di doverlo aiutare. Pensavo che un percorso con un educatore sarebbe servito a lui, per “recuperarlo”.
Ma presto ho capito che quel percorso serviva a me.
È stato il mio ingresso nel mondo del cane.
Non nella cinofilia come tecnica.
Nel mondo profondo, vero, dove il cane ti restituisce la verità, se sai ascoltare.
Con Biro ho cominciato a cambiare.
A fare volontariato in canile. A conoscere realtà bellissime e altre, davvero, strazianti.
A vivere esperienze che mi hanno messa a nudo emotivamente.
Lì ho incontrato il dolore, la frustrazione, l’impotenza.
Ma anche la forza, l’autenticità, l’incontro vero.
Non ringrazierò mai abbastanza i cani che ho incontrato in canile.
Ogni passo che ho fatto in quel mondo, lo devo a Biro.
È stato lui a spingermi. A portarmi dentro. A rendermi quella che sono.
Mi ha mostrato la forza dell’adattamento.
La fiducia che nasce dove non c’è giudizio.
La possibilità di farcela sempre, anche quando fuori è tempesta.
E quando mi sono trovata a partire per una vacanza in tenda con Biro e altri amici – tra cui un maschio intero di 45 kg con cui non si sopportavano – ho capito che, se c’è relazione, comprensione, affidamento, lentezza, e non “dovere”, ma conoscenza e adattamento voluto… tutto può trasformarsi.
Con tutte le accortezze del caso, la gradualità, la consapevolezza di mantenere la sicurezza, il tempo dedicato, la pazienza e soprattutto nessuna forzatura, ci abbiamo provato tutti assieme.
E quella libertà, quella possibilità di esprimersi, ha fatto nascere qualcosa di nuovo tra quei due cani prima in tensione e in competizione: il rispetto.
E poi la fiducia.
E infine… qualcosa di simile all’amicizia.
Questo viaggio non ha cambiato solo la relazione tra quei due cani.
Ha cambiato me.
Ho capito che era lì, in quell’esserci profondo, la mia strada.
Ed è da lì che tutto ha iniziato a fiorire.
Poi, un giorno, è arrivata una foto.
Poi una chiamata.
Poi Bonny.
Aveva solo sette mesi, ma negli occhi portava il peso di una vita mai iniziata.
Attraverso gli assistenti sociali, per evitare il suo ingresso in canile, mi sono proposta per la sua adozione.
Non so perché… probabilmente la sua storia mi aveva colpito dentro.
Aveva vissuto chiusa in casa. Sempre.
Mai uscita.
Le sue giornate erano trascorse tra feci, urina, muri e silenzi.
Non nella paura. Nell’esaurimento vero e proprio.
Andai a conoscerla. Appena entrata in casa, vedendo la situazione con i miei occhi, non sapevo cosa pensare.
L’ho vista. L’ho amata subito. Ma mi sono anche detta: “Questa pazza mi farà dannare.”
Bonny abbaiava senza respiro. Scattava, mordeva l’aria, cercava un senso a ogni cosa che vedeva.
Non aveva visto nulla del mondo, ma aveva una forza sovrumana nel volerlo fare.
Solo che non sapeva come.
E io… io uguale. Non sapevo come.
La guardavo. E non capivo come, nel mezzo di quel caos, una parte di me stesse dicendo:
“Dai, facciamolo.”
Eppure, l’ho detto.
Ho firmato i fogli dell’adozione. Come si firma una dichiarazione d’amore:
senza sapere dove ti porterà, ma con la certezza che non potresti fare diversamente.
La prima volta che ha messo zampa sull’erba – vera erba, vera vita – si è bloccata.
I suoi occhi si sono spenti e accesi nello stesso momento.
Da lì è iniziato il nostro cammino.
In salita. Spigoloso. Spesso doloroso.
Ma reale.
Per un anno ho rinunciato a tutto ciò che avevo dato per scontato: gli amici, le uscite, le serate leggere.
Mi svegliavo alle 5 del mattino per farle vivere esperienze senza troppi stimoli.
La portavo nei boschi, quando il mondo dormiva.
In casa la chiamavamo “El Diablo”.
Bonny mi ha insegnato a stare.
A non reagire, ma rispondere.
A non aspettarmi che le cose cambino subito, ma a creare le condizioni perché possano cambiare.
Mi ha costretta a rimettere in discussione ogni cosa che pensavo di sapere.
Mi sono così iscritta a un nuovo corso educatori: ThinkDog.
Cercavo quella parte mancante di soggettività, di individualità.
Cercavo un cambio di prospettiva.
Quel corso è stato un immenso viaggio: nel mondo del cane, nel mio mondo e in quello di Bonny.
Piano piano, con i suoi tempi e i miei errori, siamo diventate un binomio.
Siamo entrate in Protezione Civile come operatrici di ricerca persone in superficie.
Abbiamo fatto vacanze in solitaria lunghe un mese.
Abbiamo girato l’Italia, conosciuto realtà incredibili.
E ci siamo arricchite.
Oggi lei è la mia compagna. Nella vita e nel lavoro.
Mi aiuta a leggere i cani che arrivano. Mi anticipa. Mi specchia.
Ci sono giorni in cui guardo Bonny… e capisco cosa devo cambiare in me.
Giorni in cui mi viene da piangere per la bellezza della trasformazione che abbiamo vissuto insieme.
Chi guarda da fuori vede solo me e Bonny.
Ma chi ha vissuto il viaggio, sa che è stato un cammino.
Che ha richiesto tutto. Senza riserve.
Tempo. Rinunce. Presenza.
Ma ha restituito vita vera.
Quella che non si compra. Non si spiega.
Si sente.
E allora, se stai pensando di prendere un cane, fermati un attimo.
Non per desistere. Ma per ascoltare.
Leggi quelle 100+1 domande prima di farti travolgere da un cane, che ho scritto.
Fatti attraversare da ogni riflessione.
Perché un cane non entra nella tua vita.
Te la riscrive.
Ti chiederà il coraggio di cambiare.
La forza di metterti in discussione.
La pazienza di disimparare.
Ma se lo farai, ti restituirà qualcosa di immenso: te stesso.
E allora sì.
Prendi il guinzaglio.
Esci.
Vai nei boschi.
Cammina con lui.
Perché è lì che si ritrova tutto.

