Di Lucia Bertetti
L’arrivo
Era il 4 gennaio quando io e Roberta andammo a prendere Tara, due giorni dopo averla vista, ci eravamo confrontate; lei più sicura di me, io ancora in quello stato nebuloso che non lasciava spazio alla razionalità, allora mi sono affidata a quell’istinto che nasceva da spazi nascosti.
Ci accompagnava una giornata uggiosa di inizio anno, con ancora il sapore delle feste che faceva da cornice all’umidità della nebbia e del freddo tipico della bassa.
Dentro di me echeggiava una sensazione di paura mista ad agitazione con qualche sfumatura di gioia, forse presagio di un passaggio, di una soglia che segna il prima e il dopo; prima e dopo Tara.
Arrivammo all’allevamento in van con tutto il branco, quando entrammo Tara non ci degnò di uno sguardo, o almeno questa è la sensazione che mi porto dietro, probabilmente Roberta vi direbbe che è venuta incontro a noi scodinzolando, ma io non ho quel tipo di ricordo; come quando l’abbiamo vista la prima volta e non mi sono accorta che mi aveva leccato la faccia, io di marmo; forse troppo assorta nei miei pensieri paranoico-ossesivi da prestazione e inadeguatezza.
Mentre firmavamo le carte e sistemavamo le cose burocratiche la osservavo e lei giocava, ignara di tutto, con il suo gioco preferito, non sapeva che da lì a pochi minuti le si sarebbe stravolta la vita.
Ho sempre vissuto il distacco con profondo dolore, “un’ansia da separazione” dovuta probabilmente ad un legame affettivo primario difettivo, da manuale; anni e anni di psicoterapia e poi un cane te lo sbatte in faccia a caratteri cubitali. Proiettavo su di lei le mie insicurezze, nel tempo mi ha dato modo di capire che lei quel legame difettivo non l’aveva avuto e ha una capacità di adattamento che va oltre la mia immaginazione.
Nonostante tutto credo che staccare un cucciolo a due mesi dalla madre e i fratelli sia troppo presto, c’è bisogno di tempo e conoscenza. Se alcuni lupi si staccano dal branco dagli 11 ai 24 mesi un motivo c’è, ma è un motivo che va oltre la nostra visione antropocentrica dell’universo animale. Abbiamo deciso che a due mesi un cucciolo era pronto per lasciare la madre; io credo, invece, che ogni cucciolo e ogni individuo dovrebbe decidere i suoi tempi, ma questa è un’altra storia su cui magari potremmo riflettere tutti insieme un giorno.
Mentre ci allontanavamo dall’allevamento verso il Van per la nostra nuova vita, l’allevatrice mi disse: I cani lupo hanno il cervello come tante palline di cristallo, si rompono facilmente. Taac ansia a pallettoni.
Essere veterinaria comportamentalista non aiutava, anche perché avevo in testa le ultime righe del libro della stimata dottoressa Elena Garoni “Piacere di conoscerti” in cui sul capitolo dei cani lupo scrive “non prendete un cane lupo cecoslovacco”. Solo dopo avrei capito la vera essenza di quelle parole.
Fatto sta che la caricammo in van nello stupore dei tre nani che ci guardavano come a dire: “che problema ha questa?” Erano abituati a vedere cani extra famiglia girare per casa, ma qui avevano capito che non era come le altre volte. Otis l’annusava ma alla fine lui è peace and love, basta che il mio cibo rimanga il mio, Taquita spaesata e confusa si focalizzava sul masticare la qualunque, mentre Bianca l’aveva annusata tutta con un po’ di ribrezzo e dall’alto della sua magnificenza mi guardava e mi diceva: che cazzo ti è saltato in testa, riportala da dove è venuta. Grazie Bianca.
Da lì passammo tre giorni in van in 6, impresa epica, ma nell’aria c’era ancora quel senso di festa che il natale e tutto il suo contorno portano. L’indomani, il 5 gennaio, avevo un trekking con una grande amica nei monti reggiani, organizzato ormai da tempo. La nebbia del giorno prima non era nulla a confronto, ma nonostante tutto partimmo alla volta della Pietra di Bismantova, e Tara restò con Roberta Bianca e Otis, mentre io e Taquita accompagnavamo il gruppo sui pendii ripidi della pietra insieme ad Elisa. Fu una giornata bellissima, nella mia terra natia, percorrendo le rocce che portano sul piano della pietra e al rientro c’erano ad aspettarmi tutti, anche Tara che da subito mostrò un carattere fiero, degno di chi ha un’anima nobile e intensa, con quel suo sguardo selvaggio che penetra e non lascia indifferenti.
Quel giorno ho provato la gioia di essere dove volevo e con chi volevo, tutto, pian piano si schiariva. Le domande lasciavano spazio alla vita, per essere vissuta senza troppi giri pindarici e paranoie mentali, uno sprazzo di luce tra la nebbia, che genera quella luce offuscata ma piena di splendore.
Dormimmo sotto la pietra quella sera, in un luogo che conosco da quando sono nata, che amo e che sento vibrare sotto la pelle. Un luogo incarnato che ispirò anche Dante Alighieri, tanto da riportarlo nella Divina Commedia, nel quarto canto del purgatorio. nulla capita a caso, credo.
Finiti i giorni di festa si rientrava a casa, non dopo aver conosciuto tutta la famiglia reggiana, che al contrario di quanto pensassi ha accolto Tara con felicità; ero convinta che mi avrebbero preso per matta, invece hanno visto quello che io ancora non potevo vedere.
Tara si mostrava abbastanza sicura e partecipe, continuando a mantenere quel suo spirito catartico ma solitario, degno di una creatura che non ha bisogno di spunti, ma solo di condividere la sua vita con persone che ne fossero all’altezza.
Poi tornammo a casa, nelle marche, per iniziare la nuova vita, con due occhi in più, tante cacche e pipì da raccogliere e il vomito che contornava ogni viaggio in macchina.
La paura non era andata via, aveva solo preso consapevolezza, che da qui non si torna indietro. Il viaggio era iniziato, zaino in spalla, capelli scompigliati e tutte le certezze nel cestino.
Si vive di attimi di illuminazione, di odori del bosco, di un camino acceso che scalda il cuore, di albe ghiacciate aspettando che il sole sorga, si vive di vita, quella che perdiamo barricandoci dietro le nostre paure o la sensazione della nostra inadeguatezza.
Se decidiamo di accogliere un cane nella nostra vita, dobbiamo essere pronti a vivere veramente, lontano da tutto quello che è illusorio, tornando a respirare, a piangere e a ridere a crepapelle. Torniamo ad essere vivi, senza remore, glielo dobbiamo!
Canzone “i prati di Bismantova” album “dopo il lungo inverno” -Modena city rempblers-


1 commento
Tanta roba 🥰